| Il curatore |
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia della buona borghesia veneziana dove regnavano non solo la serenità, propiziata da un discreto benessere economico, ma anche un sincero amore per le cose genuinamente belle di questo mondo, in primis la musica. Entrambi i miei genitori l’adoravano ed erano per questo assidui frequentatori delle sale da concerto e dei teatri della mia città, La Fenice e il Malibran: tempio dell’Opera lirica, del Balletto e della Musica sinfonica il primo, il secondo più specializzato nell’Operetta e nel Varietà, che in quegli anni facevano furore. Ai miei, però, piacevano molto anche le canzoni – allora dette canzonette – e la musica da ballo, che ascoltavano alla radio, troneggiante nel salotto di casa e accesa molte ore al giorno, oppure mediante i dischi, di cui mio padre era fiero di possedere una bella collezione. Si trattava ovviamente dei vecchi dischi a 78 giri, che il mio genitore acquistava regolarmente nel rinomato negozio Barera, situato non lontano da piazza San Marco. Negozio che oggi non esiste più, sostituito da uno di telefonini: segno eloquente del mutare dei tempi...
Qualcuno potrebbe pensare che i miei fossero, musicalmente parlando, persone di bocca buona, dato che ascoltavano col medesimo trasporto musiche diversissime tra loro, come possono esserlo – poniamo – una sinfonia di Beethoven e un ballabile eseguito dall’Orchestra di Cinico Angelini o di Pippo Barzizza. Il fatto è che essi, dando prova di grande buon senso, non facevano distinzione tra musica classica e musica leggera, bensì solo tra musica bella, ossia capace di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, e musica brutta, vale a dire noiosa o cacofonica (il cortese lettore avrà capito a cosa mi riferisco).
Ora è incontestabile che la musica leggera del periodo che va grosso modo dalla metà degli anni Venti alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, periodo corrispondente alla gioventù e poi alla maturità dei miei genitori, era di solito un prodotto di qualità, anzi non di rado di ottima qualità. La ragione è che ballabili e canzoni di ogni genere erano allora composti e interpretati da eccellenti musicisti, i quali univano al talento innato un sicuro mestiere, frutto di strenuo lavoro, e – cosa forse ancora più importante – un enorme rispetto per il pubblico, al quale volevano offrire in ogni circostanza il meglio di sé. Insomma, in quegli anni lontani, per i quali nutro personalmente un profondo rimpianto, era semplicemente inimmaginabile il tipo dell’artista contemporaneo che fa della trasgressione, dell’eccentricità o perfino del cattivo gusto (per non dire altro) la base su cui costruire la propria immagine, al fine di conquistare la notorietà e quindi il successo: obiettivo, ahimé, il più delle volte raggiunto! Lo stesso look di direttori d’orchestra, orchestrali e cantanti del suddetto periodo, così diverso da quello in voga oggigiorno, la dice lunga sull’abisso incolmabile che separa queste due epoche.
Mia madre, a differenza di mio padre, non si limitava ad ascoltare la musica. Dotata di una bella voce, vellutata, espressiva e perfettamente intonata, nonché di un orecchio musicale di prim’ordine, essa cantava spesso e volentieri tra le mura domestiche e, anche in pubblico, non si faceva mai pregare quando qualcuno la invitava a farlo per il diletto dei presenti. Cantava di tutto, ma specialmente le canzoni portate al successo dalle sue cantanti preferite, fra cui primeggiavano Luciana Dolliver e Meme Bianchi, mentre tra i cantanti prediligeva Carlo Buti, Emilio Livi e, naturalmente, il grande Raba, ossia Alberto Rabagliati.
Nutriva un’ammirazione incondizionata anche per il Trio Lescano, balzato subitamente ai vertici della popolarità proprio nell’anno in cui venni al mondo: per questo posso ben dire di essere stato cullato dalle voci soavi di queste incomparabili artiste già nel grembo materno e poi in tutti i primi anni della mia vita. Non c’è quindi da meravigliarsi se l’ascolto di una qualsiasi delle tante canzoni incise dalle Lescano tra il 1936 e il 1942 – molte delle quali le cantava anche mia madre – abbia sempre suscitato in me, e ancor oggi non manchi mai di suscitare, una forte emozione, assieme a un nugolo di dolci ricordi.
Di qui al desiderio di rendere omaggio al Trio Lescano nell’imminenza del centenario (che cadrà nel 2010) della nascita della maggiore, Sandra, il passo è stato breve. Non che le tre sorelle olandesi siano state dimenticate, prova ne sia il proliferare di trii moderni che ripropongono con successo lo stile canoro e il repertorio delle Lescano; ma a me sembra che manchi in queste rivisitazioni proprio l’essenziale, vale a dire un esame serio e approfondito di tutta la loro opera, assai corposa malgrado la relativa brevità della loro carriera in Italia. Rientra in tale prospettiva l’esigenza di redigere una Discografia del Trio Lescano il più possibile completa e precisa, nonché di riscrivere la loro vera storia, sgombrando finalmente il campo dalle tante notizie infondate o inesatte che circolano sul loro conto. Non è un’impresa facile, perché scarseggiano purtroppo i documenti originali su cui basarsi, mentre sono ormai poche le persone ancora in vita che le hanno conosciute da vicino o addirittura hanno lavorato con loro, e sono quindi in grado di offrire testimonianze di prima mano. Sfortunatamente, inoltre, alcune di tali persone non hanno finora manifestato alcun desiderio di collaborare in questa disinteressata ricerca della verità.
Sia come sia, sono convinto che le tre sorelle Alexandra, Judith e Ketty Leschan, diventate qui da noi Sandra, Giuditta e Caterinetta Lescano, meritino di veder riconosciuta senza reticenze e ambiguità la loro importanza di primissimo piano nella storia della musica leggera italiana e anche, non marginalmente, del jazz nostrano. Perché – credetemi – erano delle signore cantanti, senza dubbio le uniche, nell’Italia di quegli anni, in grado di misurarsi (ogni volta che glielo permettevano) con le rappresentanti più prestigiose del canto jazzistico d’Oltreoceano. E ditemi voi se questo è poco!
Angelo Zaniol
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