DIVENTAREPOLIGLOTTIDIVERTENDOSI

Breve
“curriculum vitae” del Curatore

Per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare qui, mi iscrissi all’Università non già appena superato l’esame di Maturità, bensì dopo aver girato il mondo per una decina d’anni, facendo vari lavori e avendo in tal modo l’opportunità di perfezionare sul campo (o imparare da zero), le lingue che avrei poi deciso di studiare nell’Ateneo veneziano: francese (quadriennale), tedesco (biennale), inglese e spagnolo (annuali). In altre parole entrai a Ca’ Foscari in una condizione di notevole vantaggio rispetto alla maggior parte delle altre matricole, in quanto comprendevo e parlavo già piuttosto bene le quattro lingue suddette, specialmente la prima, che dovevo così solo approfondire nelle loro abilità scritte (ortografia, grammatica, sintassi, filologia e quant’altro), il tutto in stretta correlazione con la letteratura di ognuna di tali lingue. Quest’ultimo compito si rivelò per me particolarmente gradito, in quanto mi permetteva di entrare in un mondo incantato, che conoscevo solo in minima parte e mi affascinava. Credo insomma che sia stato proprio l’entusiasmo con cui mi dedicai anima e corpo allo studio serio e approfondito di queste quattro letterature che mi consentì di passare tutti i corrispondenti esami a tempo di record e con ottimi voti, a riprova della validità dell’anzidetto aforisma oraziano.
Non era però così per le mie compagne (o compagni) di corso che affrontavano per la prima volta all’Università lo studio di una certa lingua straniera, oppure l’avevano studiata poco (e magari male) nelle Scuole Superiori. I problemi nascevano dal fatto che con ogni evidenza i docenti di allora dell’Ateneo veneziano privilegiavano nelle loro lezioni - e da qui le mie perplessità - l’insegnamento della lingua scritta, occupandosi poco e talvolta superficialmente di quella orale, in particolare dell’ortoepia di tale lingua, quasi che si trattasse di un suo aspetto trascurabile. Inoltre la lingua insegnata era quasi esclusivamente quella letteraria, limitatamente per di più agli autori di primo piano, ignorando o quasi la lingua parlata e scritta ai giorni nostri nel rispettivo paese, quanto meno dalle persone colte. Per fortuna l’Università italiana viveva in quegli anni un periodo di profondi rivolgimenti, sulla scia di ciò che accadeva negli Stati Uniti e in altri paesi europei, con appunto la Francia in prima fila (i famosi Événements de Mai 68).
Relativamente poi alla lingua da me scelta come quadriennale la novità più eclatante fu l’arrivo di un giovane cattedratico, il prof. Enzo Caramaschi, il quale stupì tutti tenendo non solo le sue lezioni esclusivamente in francese, ma anche in un francese colloquiale, dove non mancavano i tratti di spirito, le battute divertenti e persino, ogni tanto, qualche parola dell’argot parigino. Io, che ero reduce da un soggiorno di un anno nel Quartier Latin della Ville Lumière, ne fui entusiasta mentre qualcuno degli assistenti del professore non nascose il proprio sconcerto, se non addirittura la propria contrarietà. Ad agitare il clima che si instaurò per qualche tempo nell’austero Seminario di Lingua e Letteratura Francese (situato allora al primo piano della sede storica di Ca’ Foscari, vale a dire l’omonimo palazzo patrizio affacciato sul Canal Grande) ci fu l’argomento scelto dal prof. Caramaschi per il suo primo corso monografico: il versatile scrittore e graffiante aforista Jules Renard, conosciuto dai più solo per il suo romanzo Poil de Carotte (1894), in Italia ritenuto spesso - e a torto! - un semplice libro per l’infanzia. Anche i corsi monografici degli anni successivi non mancarono di
disorientare i “benpensanti”, come quello sui Frères Goncourt che io, al contrario, apprezzai oltre ogni dire, specialmente le lezioni dedicate al loro straordinario Journal, ricolmo di riflessioni e pensieri folgoranti (tipo: Il ne suffit pas d’avoir du talent, il faut se le faire pardonner). Sfortunatamente il prof. Caramaschi rimase a Ca’ Foscari solo pochi anni, giacché preferì - per motivi suoi personali - trasferirsi a Firenze.
Il fatto decisivo per l’avvento a Ca’ Foscari di una Glottodidattica al passo con i tempi si verificò dunque solo quando il prof. Giovanni Freddi iniziò a collaborare con la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (allora si chiamava così) di tale Ateneo. Prima ancora che vi facesse il suo ingresso ufficiale, accolto da tutti con palpabile curiosità,  io conoscevo già di fama questo esimio studioso, avendo letto e apprezzato moltissimo diversi suoi lavori, per cui fu per me un’esperienza davvero indimenticabile incontrarlo di persona. Egli era infatti, a differenza di tanti suoi colleghi, un uomo quanto mai gentile e affabile che, quando parlava, sfoggiava una chiarezza di pensiero e un carisma più unici che rari. Non tardai a stabilire con lui, più “anziano” di me di solo qualche anno, un rapporto di calda amicizia, tanto che, saputo delle mie singolari esperienze di vita e dei miei molteplici interessi culturali, mi invitò subito a collaborare con la rivista da lui fondata nel 1968, «Lingua e Civiltà» (diventata in seguito «Lingue e Civiltà»). Fu appunto qui che pubblicai alcuni dei miei primi articoli di Linguistica Applicata, come ad esempio Il messaggio pubblicitario e l’insegnamento, V, 2, Maggio 1972.
Una sera eravamo a cena, nell’osteria veneziana che preferiva, assieme a vari suoi collaboratori; a un certo punto mi rivolse, in tono insolitamente grave, queste testuali parole: «Ti invidio perché da giovane hai studiato seriamente musica e, nei tuoi anni passati a girare il mondo da novello Odisseo, ti sei guadagnato da vivere facendo anche l’orchestrale nel campo della musica leggera. Io, al posto tuo e con le tue conoscenze, mi dedicherei ora a studiare il modo per sfruttare al meglio le inesplorate potenzialità delle canzoni - scelte con la massima cura, è ovvio - nell’insegnamento / apprendimento delle lingue straniere». Confesso che sul momento rimasi sconcertato da un simile invito che di certo nessun altro cattedratico, per quanto di larghe vedute, mi avrebbe mai rivolto; mi ripresi però subito e risposi al professore che la sua proposta mi allettava molto, per cui mi sarei subito messo al lavoro.
Conoscendo quanto basta le idee degli altri assistenti di francese (dal 1970 lo ero diventato anch’io nel Ruolo Organico, avendo vinto il relativo Concorso Nazionale), mi guardai bene dal programmare esperimenti “strani” durante le lezioni di lingua che dovevo tenere; individuai allora un gruppetto di studentesse (in genere più curiose e intraprendenti degli studenti) che mi sembravano adatte allo scopo, e proposi loro di partecipare a un esperimento didattico originale e stimolante, da svolgere in ore libere da altri impegni di studio. Quasi tutte accettarono di buon grado per cui, nel nostro primo incontro settimanale, distribuii a ciascuna delle partecipanti una cartella contenente un’audiocassetta con 20 canzoni francesi (di Brassens, Douai, Moustaki, Piaf e Brel), più un fascicolo con i relativi testi. Passai quindi a illustrare la prima di queste canzoni, aiutando a turno ognuna delle studentesse a leggere in modo impeccabile alcuni versi, per poi tradurli assieme in italiano, sforzandoci di cogliere tutte le sfumature, le licenze poetiche e i giochi di parole ivi presenti. Solo quando tutte le partecipanti all’esperimento ebbero compreso a fondo il testo della canzone, passammo al suo ascolto mediante l’impianto hi-fi di cui l’aula era dotata. A questo punto chiesi alle mie volontarie cosa ne pensassero dell’esperimento e la loro approvazione fu unanime, così come il fermo proposito di continuarlo fino alla sua conclusione. Nel dar loro appuntamento all’incontro successivo le invitai a riascoltare più e più volte la canzone già esaminata nel dettaglio (e solo quella!), fino ad impararla praticamente a memoria o quasi, e inoltre di ricopiare a mano un paio di volte il suo testo, per facilitarne la perfetta memorizzazione.
Per farla breve, l’esperimento, durato da Gennaio a Giugno, fu un successo che andò ben al di là delle mie più rosee aspettative, nel senso che tutte le mie “cavie” dimostrarono alla fine di aver migliorato il loro francese parlato e scritto in maniera stupefacente e in tutte le cinque abilità (inclusa dunque anche quella di passare agevolmente dalla L2 alla L1 e viceversa): il tutto senza grandi sforzi o eccessivo dispendio di tempo e, per di più, divertendosi alla grande. In definitiva avevamo dimostrato una volta di più che era nel giusto il grande poeta Quinto Orazio Flacco quando scriveva nel 13 a.C. che non c’è nulla di meglio che miscĕre utile dulci!
Negli anni accademici successivi organizzai altri cours particuliers del genere, utilizzando, oltre alle canzoni, strumenti diversi quali la lettura (fatta impiegando la tecnica della dramatisation de textes) di poesie, quotidiani, riviste e fumetti d’autore, senza dimenticare la visione, tramite videocassette, di film e documentari in versione originale. Gli ottimi risultati costantemente raggiunti con la totalità dei partecipanti rafforzarono in me la convinzione che fosse assurdo rinunciare a strumenti didattici di comprovata efficacia come questi solo per un malinteso senso del decoro che devono avere i corsi universitari. Purtroppo però quasi tutti i miei colleghi avevano idee completamente diverse dalle mie, cosicché finii per ritrovarmi isolato all’interno del mio Seminario. Il prof. Freddi mi sosteneva e mi dava coraggio, certo, ma anche lui doveva guardarsi le spalle, perché le sue idee rivoluzionarie in fatto di Glottodidattica non gli avevano procurato nel Consiglio di Facoltà solo ammiratori...
Fu così che nel 1980, quando vennero creati i Dipartimenti, chiesi e ottenni di afferire, abbandonando la Francesistica, a quello di Storia e Critica delle Arti, sezione Musica: area disciplinare dove avevo al mio attivo un buon numero di pubblicazioni, incluse talune apparse in libri e periodici esteri. In questo neonato Dipartimento fui accolto con grande cordialità dal prof. Giovanni Morelli, che fin dall’inizio mi invitò a tenere, in piena libertà, dei corsi di Musicologia sugli argomenti che preferivo. Pensai allora di offrire agli studenti che sceglievano il mio corso (il quale, ai fini dell’esame, era equipollente a quello del prof. Morelli) argomenti inerenti alla musica vocale, come la Chanson parisienne del Cinquecento, le Weltliche Kantaten di Johann Sebastian Bach, i Lieder tedeschi dell’Ottocento, e così via; in tal modo potei continuare il lavoro di ricerca svolto nel decennio precedente, allargandone solo i confini spazio-temporali. E anche qui fui gratificato dal caloroso consenso dei discenti (in larga maggioranza ragazze), che seguirono sempre le mie lezioni con una forte partecipazione emotiva. Non dimenticherò mai quanto si divertirono esaminando con me nei minimi particolari la Kaffee-Kantate di Bach, oppure si commossero lasciandosi cullare dal Lied schubertiano Gretchen am Spinnrade. Da notare che tra le più attente ce n’erano alcune che non avevano mai studiato il tedesco, ma erano rimaste così affascinate da questa lingua (per lo meno nella sua forma poetica) da manifestare pubblicamente il proposito di mettersi in futuro a studiarla!
Collaborai col prof. Morelli ininterrottamente dal 1980 al 2005, anno del mio pensionamento, dopo quarant’anni esatti di presenza a Ca’ Foscari. I nostri rapporti furono sempre eccellenti, anche se avevamo, in campo musicale, gusti e interessi diversissimi. Ci univa però un profondo e sincero rispetto reciproco, oltre al comune amore per… i gatti. La sua prematura scomparsa, a soli 69 anni, di cui venni a conoscenza per puro caso mentre mi trovavo con mia moglie a Narbona, la città natale di Charles Trenet, uno degli chansonniers che amo di più, mi addolorò come se avessi perso un fratello.
Desidero chiudere queste brevi annotazioni autobiografiche accennando a un’esperienza personale che feci negli anni ’90. Avendo ricevuto in quel periodo l’incarico di tenere un seminario di Organologia all’interno del Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, volli programmare un lungo soggiorno in Brasile per studiare sul posto gli strumenti tipici della MPB classica (Música Popular Brasileira da Época de Ouro), in particolare i cordofoni come il Bandolim, il Violão e il Cavaquinho. Di questo genere di musica sono appassionato fin da bambino, grazie a certi film disneyani come Saludos Amigos, che mi stregarono letteralmente proprio perché includevano nella loro colonna sonora dei brani tra i più famosi della MPB, come Aquarela do Brasil. Col tempo, a forza di documentarmi sulla musica che tanto mi piaceva - e non ha mai smesso di piacermi! - arrivai a leggere e capire abbastanza bene il português brasileiro scritto; tuttavia, per il viaggio che avevo in mente e che avvenne nell’estate del ’95, mi serviva anche quello parlato. Per riuscirci ebbi allora l’idea di provare su di me il metodo messo a punto per il francese nei miei primi anni di assistente, ossia tramite le canzoni. Acquistai perciò tutti gli LP di musica brasiliana cantata che riuscii a reperire o a farmi arrivare, dando la preferenza a quelli che includevano il testo delle canzoni (ad esempio i magnifici dischi della casa “Revivendo” e della collana “Filigranas musicais”), e mi misi ad ascoltarli, per mesi e mesi, in pressoché ogni momento del mio tempo libero. Mi impregnai a tal punto di questo idioma così musicale e per me ammaliante che, quando finalmente mi trovai a Rio de Janeiro, non ebbi difficoltà alcuna a comunicare con i suoi abitanti, detti cariocas. Solo gli amigos dos bons, che non tardai a conquistarmi ovunque, mi fecero notare in diverse occasioni di essere piacevolmente sorpresi dal fatto che nei miei discorsi intercalassi ogni tanto espressioni o interi versi di celebri canzoni del loro país, abençoado por Deus!


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