All’ascolto del Trio Lescano si possono fare alcune considerazioni strettamente tecnico-musicali. È indubbio che la lead voice (voce conduttrice) sia Caterinetta, che si spinge fino al Re acuto in diverse occasioni (Anna, Dove e quando, ecc.); tuttavia l’armonizzazione vocale non segue schemi fissi. Talvolta (Colei che debbo amare), la prima parte della linea melodica è tenuta da Sandra, mentre le altre eseguono un vocalizzo più acuto e più grave rispettivamente, mentre la seconda parte è tenuta da Caterinetta. Giuditta, che solitamente disimpegna la parte grave dell’armonia, emerge come conduttrice (Camminando sotto la pioggia) o prende le risposte da sola (Arriva Tazio). In tutte queste occasioni l’intonazione è ottima, tranne qualche sbavatura proveniente da Giuditta (Arriva Tazio).
Per quello che riguarda il ritmo, le ragazze sono ineccepibili; solo in alcuni casi, specialmente nelle canzoni americane tradotte, la metrica italiana non permette uno swing elastico (Le tristezze di S.Luigi).
Un altro problema ricorrente è strettamente tecnico. In ogni foto giunta a noi si vede chiaramente come Giuditta, pur non essendo conduttrice, sia direttamente di fronte al microfono. Come risultato si nota nelle registrazioni come la voce di Caterinetta, che dovrebbe emergere maggiormente, sia spesso nascosta, e quindi il suono risulti sbilanciato (È arrivato l’ambasciatore, Firenze sogna). Oggigiorno in studio ogni voce avrebbe il suo microfono, sapientemente mixato.

Le Orchestre, nessuna esclusa, supportano elegantemente le partiture altamente sincopate. Arrangiatori come Ferrari e Barzizza, attentissimi a costruire armonie impeccabili, devono talvolta frenare probabilmente il troppo swing, per non essere ripresi dai Direttori di Studio.

I Maestri Barzizza e Ferrari.
Tuttavia Barzizza ricorda: «All’inizio la Cetra era un vero disastro.Mi toccò fare la rivoluzione. L’Orchestra che mi avevano affidato era abituata a suonare come se ci trovassimo ancora in piena Belle Epoque» (A. Mazzoletti, Il Jazz in Italia, pag. 330). Ci si può immaginare le prove snervanti e le sedute di ascolto dei dischi americani. Pian piano le cose migliorarono, per cui si sviluppò un linguaggio jazzistico. Si può pensare che certi esempi di swing “legnoso” si siano prodotti in ossequio a certe direttive di Regime. L’Orchestra di Ritmi Moderni di Ferrari, in tempi non più sospetti, mostrerà come sapessero swingare i nostri musicisti.
Da altre fotografie si può notare come i musicisti avessero strumenti di prim’ordine, molti di fabbricazione americana, importati tramite i marittimi delle navi di linea della Società Italia. Trombe come la Conn Connqueror (sic) 48B, saxofoni come il Martin Handcraft, come il mio personale, risalente al 1926:

o il Conn Chu Berry venivano ordinati dai musicisti agli Ufficiali delle navi passeggeri che li acquistavano nel famoso Shop Giardinelli, a New York. Molti di questi strumenti, perfettamente funzionanti, sono ancora usati in Italia, amorevolmente mantenuti in ordine e suonati in ogni occasione. Naturalmente in queste circostanze giungevano in Italia anche spartiti e dischi, proibitissimi, che a quanto pare gli italici Maestri si disputavano a carte o dadi.
Gli esiti si riconoscono spesso negli arrangiamenti. La celebre Ba-baciami piccina cantata da Rabagliati inizia con il famoso tema di Christopher Columbus di Fletcher Henderson, oppure il finale di Madonna malinconia è copiato nota per nota da Indian Summer di Glenn Miller. Ci si immagina come Barzizza o Ferrari ascoltassero estasiati gli sforzi dei loro colleghi d’oltremare, assaporando e studiando la musica “demo-pluto-giudaico-massonica”. Ecco quindi emergere qua e là arrangiamenti decisamente ispirati a Glenn Miller (Accanto al pianoforte, Nel mio cuor c’è una casetta) o a Tommy Dorsey (La barca dei sogni).
Gustosamente il trombettista Gaetano Gimelli, già lead trumpet pagatissimo (si dice che avesse chiesto all’EIAR la somme di cento lire… al giorno), riferisce che «la tonalità originale di Al ballo del taglialegna (At the Woodchopper’s Ball) era Re bemolle, ma noi la suonavamo in do maggiore perché quando copiammo il disco di Woody Herman il grammofono andava a velocità sbagliata» (A. Mazzoletti, op.cit.).

Il trombettista Gaetano Gimelli.

Etichetta del disco AA 359b, con l'incisione della versione
italiana di At the Woodchopper’s Ball (1940 ca.).
Barzizza e Ferrari impiegano effetti particolari nei loro arrangiamenti. L’uso delle sordine negli ottoni è estremamente efficace, benché manchino le Hat, i saxofonisti spesso raddoppiano i clarinetti per alleggerire i background, e i violini legano le varie sezioni con interventi sempre appropriati e leggeri. L’uso delle sezioni di archi, tipiche degli anni ’30, cessa nelle orchestre americane verso il 1938, per ricominciare poi nei tardi anni ’40, con Tex Beneke ed Harry James. Unica o quasi eccezione la Army Air Force Band diretta da Glenn Miller.
I musicisti sono validissimi. Nelle incisioni più commerciali realizzate dal ’36 al ’42 si possono ascoltare vari solisti: Sergio Quercioli in evidenza al sax alto e clarinetto in Non me ne importa niente e Io non credo se non vedo di Ezio Levi. Gaetano Gimelli alla tromba in La gelosia non è più di moda negli scambi col saxofonista Cianfanelli (fidanzato di Giuditta Lescano), Francesco Ferrari alla fisarmonica in Pippo non lo sa, il grande chitarrista Michele Ortuso, “prestato” a Barzizza da Angelini, ne La canzone del boscaiolo. E ancora Tullio Tilli al sax tenore in Nebbia; Mario di Cunzolo, sempre al sax tenore, ne Il pesce e l’uccellino; Agostino Valdambrini al violino ancora ne La gelosia non è più di moda.
Resta una nota dolente sulla qualità delle incisioni. Purtroppo le apparecchiature dell’epoca non sono di primissima qualità, e ciò che ci resta non sempre può essere restaurato a dovere. Ci si rammarica che le matrici non siano state riversate su nastro, a causa forse dei bombardamenti dell’8 dicembre ’42 che distrussero la sede torinese dell Eiar. L’impietoso confronto con le coeve incisioni americane è eloquente. È comunque certo che di ogni brano si facevano due matrici: una restava in sede, l’altra veniva inviata a Milano per essere stampata, come riferisce Marcello Cianfanelli. Chissà che non abbiano in qualche modo a riemergere un giorno...
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